Le Antiche Tradizioni
Le tradizioni della
fede
Le festività popolari
e religiose
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Altri
festeggiamenti di primavera, estate, autunno.
La domenica che seguiva
il lunedì in Albis era dedicata
ai festeggiamenti in onore della Madonna
dell'Oliveto, festeggiamenti ereditati
dagli abitanti del vici-no casale medioevale
di S. Andrea, trasferitisi a San Severo
(coi loro costumi coi loro culti particolari)
dopo la distruzione del casale stesso
e di altri circonvicini come quelli di
S. Giusta, S. Ricciardo, S. Antonino,
Casalorda, Motta del Lupo e Motta della
Regina, toponimi tuttora esistenti nell'agro
sanseverese. Vi partecipava tutto il popolo
ed il clero, il Vescovo e il Sottintendente,
i quali si recavano in processione lungo
il tratturo regio che da Foggia conduceva
all’Aquila, passando attraverso
la Porta ubicata tra il Palazzo Ricciardelli
e la fabbrica di fronte sull'attuale Via
Soccorso. Per la scampagnata e la grande
abbuffata all’ombra degli annosi
ulivi (a cui pare si debba l'appellativo
della Vergine, essendo piantati gli ulivi
verso il 1400 dall'eremita Giovanni ad
est della chiesetta, secondo lo storico
Matteo Fraccacreta), i Sanseveresi si
recavano a piedi o coi carretti carichi
dì masserizie; nello spiazzo antistante
la chiesetta assistevano a tre spettacoli
equestri organizzati dai vaccari e dai
pastori della zona, oltre alla cuccagna
alla corsa nei sacchi e ai fuochi d'artificio,
il tutto allietato dalle note della locale
banda musicale.
La chiesetta tuttora
superstite, pur se non più aperta
al pubblico culto, risale al 1846; con
bolla del Papa Clemente VIII essa era
però sorta nel 1592.
Verso la fine di
aprile, nel giorno di 5. Marco Evangelista
(25 aprile), quasi a perpetrare i riti
propiziatori per il raccolto imminente
(riti già in uso presso i pagani),
si effettuava una processione dalla “andatura
piuttosto veloce”, a cui partecipavano
i fedeli, ma solo il clero. Infatti il
nostro clero Capitolato aveva ottenuto
il privilegio di usare la “mitra”
come insegna di autorità e dignità
dal Papa Pio IX, all'epoca del Vescovo
Rocco de Gregorio (1843-1858), privilegio
riconfermato nel 1930 all'epoca del Vescovo
Oronzo Durante e in vigore fino al tempo
del Concilio Vaticano Il, col quale tanta
parte della liturgia è stata profon-damente
rinnovata.
Cantando salmi e litanie questa processione
sui generis si recava dalla Catte-drale
fino a Porta Poggia, dove veniva impartita
la benedizione “fuori porta”.
Si procedeva quindi lungo tutto il giro
esterno dell'epoca, per impartire la benedi-zione
alle campagne fuori di ogni porta, dove
successivamente sono sorti i nuovi quartieri
cittadini. Questa cerimonia fortemente
propiziatoria, strettamente lega-ta alla
origine agricola della nostra città,
si è svuotata del suo significato
origi-nario ed ha perduto la sua funzione
storica, divenendo del tutto obsoleta.
Nella ricorrenza di S. Pietro e Paolo,
il 29 giugno, di S. Luca , il 18 ottobre,
si svolgevano due importanti fiere; di
esse la seconda è del tutto scomparsa
dalla memoria delle più giovani
generazioni, mentre la prima (istituita
forse dai Benedettini della Badia di S.
Pietro e Severo di Torremaggiore) continua
a svolgersi come un normale mercato settimanale
lungo la vi a Egizio e zone viciniori.
Le fiere si svolgevano anticamente fra
l'attuale via Daunia e il Largo Sanità,
offrendo un campionario completo di tutto
quanto potesse essere necessario alla
vita organizzativa ed alle esigenze di
lavoro di una comunità contadina
come la nostra. Non mancavano cavalli
e muli, pecore e maiali, asini e mucche,
conigli e galline, mentre gli artigiani,
locali e forestieri, esponevano le loro
mercanzie reclamizzandole a gran voce.
Tutte le attività di quei giorni
fervidi di lavoro e di scambi erano controllate
daI Mastrogiurato, il quale veniva scelto
fra il ceto nobile e doveva possedere
particolari requisiti: integrità
morale e capacità di be n governare.
Egli infatti assicurava l'ordine, esercitando
la giustizia per tutta la durata della
fiera. Tra i suoi compiti era prevista
l'assistenza a tutti i mercanti presenti
in città e alle loro bestie, la
vigilanza in città mediante la
costituzione di posti di guardia, il controllo
dei pesi e delle misure usati nel commercio,
la comminazione di pene per i trasgressori
delle leggi.
Da fonti antiche
si apprende che al momento dell'apertura
della fiera il Mastrogiurato poneva la
bandiera “a quadrelli ranci e rossi”
sulla loggia tuttora esistente a Piazza
Carmine - già detta del Mercato
- di fronte all'antica Chiesa di S.Onofrio
e luogo delle fiere e delle più
antiche operazioni di commercio e scambio,
dove lo stesso Mastrogiurato si recava
in corteo coi nobili e il clero preceduto
da squilli di tromba e rulli di tamburo.
Tra i più
famosi Mastrogiurati delle varie epoche
si ricorda un Giacomo Pazienza del 1500,
un Giacomo Pazienza del 1600 e l'ultimo
Giacomo Pazienza 1700, al quale è
stata intitolata una strada cittadina.
Un certo Francesco Antonio Petrulli (casato
ormai scomparso nella nostra città)
era invece Mastrogiurato in carica nel
1799, l'anno della famosa rivolta di San
Severo, che vide l'uccisione molti nostri
concittadini all'ombra dell'albero della
libertà, tra cui Antonio e Giovanni
Santelli, Crescenzo, Carlo e Ambrogio
De Ambrosio, Vincenzo e Raimondo Galiani,
Vincenzo Faralla, Gaspare Cordera, Filippo
e Francesco Maddalena.
Altrettanto sentite
erano le feste dedicate alla Vergine del
Carmine(il 16 luglio), a San Rocco (il
16 agosto), alla Vergine del Rosario (nel
mese di ottobre). Quella dedicata alla
Vergine del Carmine era organizzata dai
maestri muratori che, riuniti in congregazione
presso la stessa chiesa, festeggiavano
la protettrice con una processione a cui
partecipavano tutti i confratelli vestiti
con camice bianco, tenuto alla vita da
un cordone celeste e fiocco terminale,
con corta mantella celeste sovrapposta.
Quella dedicata a
San Rocco, compatrono della nostra città,
si svolgeva nella chiesetta sorta sin
dal secolo XV fuori le mura, verso Porta
Lucera, grancia della parrocchia di S.
Maria ora Cattedrale ed affidata in antico
ad un eremita. In questa ricorrenza la
Municipalità offriva al Santo un
cero da 20 libbre. La diffu-sione del
culto di S. Rocco (nativo di Montpellier
in Francia) si era verificata soprattutto
in seguito alle pestilenze che avevano
colpito San Severo nel XVI e nel XVII
secolo, dal momento che la mentalità
popolare riteneva il Santo, colpito personalmente
dalla peste, come il più idoneo
alla salvaguardia della salute pub-blica
contro il pericolo del flagello, cosa
che in tempi più lontani, in pieno
Medioevo, era stata riconosciuta ad un
altro Santo protettore, San Sebastiano,
al quale era dedicata originariamente
l'attuale chiesa del Rosario o della Libera.
La festa dedicata
alla Vergine del Rosario, tuttora venerata
nella Chiesa omo-nima o della Libera (cui
era annesso il Convent dei Padri Domenicani,
qui stabilitisi nella seconda metà
del 1500), allora nella contrada detta
“Belvedere”, annualmente si
svolgeva con processione nella seconda
domenica di ottobre. Soppressa nel 1867
per l'espulsione dei religiosi dai loro
conventi, la festa fu ripristinata nel
1874 con banda musicale, fuochi pirotecnici
e una “corsa eque-stre”, spettacolo
non frequente fra la nostra gente. Un
“pallio di seta” sventolava
allora sul Palazzo Bucci (che sovrasta
il ben noto arco di Bucci), premio agognato
per il vincitore. I festeggiamenti quasi
gareggiavano, per fasto e presenza di
fedeli, con la più famosa festa
patronale della Madonna del Soccorso.
La commemorazione
dei defunti, il due novembre, a San Severo
è particolar-mente cara ai ragazzi,
che in questa occasione ricevevano “l'anima
dei morti” (l'usanza permane); infatti
la sera precedente essi ponevano ai piedi
del letto o presso il camino una lunga
calza, certi di ritrovarla l'indomani
mattina ben piena di leccornie varie:
peperato confezionato a forma di monaco,
oppure carrube e castagne con qualche
melagrana o mela cotogna; non era ancora
il tempo dei dolciumi confezionati.
(Testi
tratti da: Silvana Del Carretto “San
Severo. Usanze – tradizioni –
impronte del tempo passato” –
Ed. Incontro alla Luce – Foggia
– 1996) |