Storia Arte Cultura Tradizioni Santi Patroni Gastronomia Cantine Torna alla homepage
 
ritorna alla home page

Progetto cofinanziato UE
fondi FESR - POR Puglia 2000/2006
Misura 4.17 - azione b
(Aiuti al Commercio)
  La storia
  L'arte
  La cultura
  Le tradizioni
  I Santi Patroni
  La gastronomia
  Le cantine
  Chi siamo
  Obiettivi
  Organizzazione
  Contatti
  Links
Vuoi essere sempre
aggiornato sugli
eventi direttamente
sulla tua email?
Allora ISCRIVITI !!

Cognome e nome:

E-mail:

Le Antiche
Tradizioni

» L'alimentazione
» La confezione del pane
» La salsa e la conserva di pomodoro
» La festa del maiale e i salumi

Le tradizioni della
fede

» Gli Ex voto
»

Gli abitini

» I Santini
» Le edicole devozionali

Le festività popolari
e religiose

» Capodanno
»

L'Epifania

» S. Antonio Abate e il carnevale
» La Quaresima
» La Pasqua e la Settimana Santa
» La Festa Patronale o "La Festa del Soccorso"
» Altri festeggiamenti di primavera, estate, autunno
» Il falò dell'8 dicembre
» Natale

Altri festeggiamenti di primavera, estate, autunno.

La domenica che seguiva il lunedì in Albis era dedicata ai festeggiamenti in onore della Madonna dell'Oliveto, festeggiamenti ereditati dagli abitanti del vici-no casale medioevale di S. Andrea, trasferitisi a San Severo (coi loro costumi coi loro culti particolari) dopo la distruzione del casale stesso e di altri circonvicini come quelli di S. Giusta, S. Ricciardo, S. Antonino, Casalorda, Motta del Lupo e Motta della Regina, toponimi tuttora esistenti nell'agro sanseverese. Vi partecipava tutto il popolo ed il clero, il Vescovo e il Sottintendente, i quali si recavano in processione lungo il tratturo regio che da Foggia conduceva all’Aquila, passando attraverso la Porta ubicata tra il Palazzo Ricciardelli e la fabbrica di fronte sull'attuale Via Soccorso. Per la scampagnata e la grande abbuffata all’ombra degli annosi ulivi (a cui pare si debba l'appellativo della Vergine, essendo piantati gli ulivi verso il 1400 dall'eremita Giovanni ad est della chiesetta, secondo lo storico Matteo Fraccacreta), i Sanseveresi si recavano a piedi o coi carretti carichi dì masserizie; nello spiazzo antistante la chiesetta assistevano a tre spettacoli equestri organizzati dai vaccari e dai pastori della zona, oltre alla cuccagna alla corsa nei sacchi e ai fuochi d'artificio, il tutto allietato dalle note della locale banda musicale.

La chiesetta tuttora superstite, pur se non più aperta al pubblico culto, risale al 1846; con bolla del Papa Clemente VIII essa era però sorta nel 1592.

Verso la fine di aprile, nel giorno di 5. Marco Evangelista (25 aprile), quasi a perpetrare i riti propiziatori per il raccolto imminente (riti già in uso presso i pagani), si effettuava una processione dalla “andatura piuttosto veloce”, a cui partecipavano i fedeli, ma solo il clero. Infatti il nostro clero Capitolato aveva ottenuto il privilegio di usare la “mitra” come insegna di autorità e dignità dal Papa Pio IX, all'epoca del Vescovo Rocco de Gregorio (1843-1858), privilegio riconfermato nel 1930 all'epoca del Vescovo Oronzo Durante e in vigore fino al tempo del Concilio Vaticano Il, col quale tanta parte della liturgia è stata profon-damente rinnovata.
Cantando salmi e litanie questa processione sui generis si recava dalla Catte-drale fino a Porta Poggia, dove veniva impartita la benedizione “fuori porta”. Si procedeva quindi lungo tutto il giro esterno dell'epoca, per impartire la benedi-zione alle campagne fuori di ogni porta, dove successivamente sono sorti i nuovi quartieri cittadini. Questa cerimonia fortemente propiziatoria, strettamente lega-ta alla origine agricola della nostra città, si è svuotata del suo significato origi-nario ed ha perduto la sua funzione storica, divenendo del tutto obsoleta.
Nella ricorrenza di S. Pietro e Paolo, il 29 giugno, di S. Luca , il 18 ottobre, si svolgevano due importanti fiere; di esse la seconda è del tutto scomparsa dalla memoria delle più giovani generazioni, mentre la prima (istituita forse dai Benedettini della Badia di S. Pietro e Severo di Torremaggiore) continua a svolgersi come un normale mercato settimanale lungo la vi a Egizio e zone viciniori. Le fiere si svolgevano anticamente fra l'attuale via Daunia e il Largo Sanità, offrendo un campionario completo di tutto quanto potesse essere necessario alla vita organizzativa ed alle esigenze di lavoro di una comunità contadina come la nostra. Non mancavano cavalli e muli, pecore e maiali, asini e mucche, conigli e galline, mentre gli artigiani, locali e forestieri, esponevano le loro mercanzie reclamizzandole a gran voce. Tutte le attività di quei giorni fervidi di lavoro e di scambi erano controllate daI Mastrogiurato, il quale veniva scelto fra il ceto nobile e doveva possedere particolari requisiti: integrità morale e capacità di be n governare. Egli infatti assicurava l'ordine, esercitando la giustizia per tutta la durata della fiera. Tra i suoi compiti era prevista l'assistenza a tutti i mercanti presenti in città e alle loro bestie, la vigilanza in città mediante la costituzione di posti di guardia, il controllo dei pesi e delle misure usati nel commercio, la comminazione di pene per i trasgressori delle leggi.

Da fonti antiche si apprende che al momento dell'apertura della fiera il Mastrogiurato poneva la bandiera “a quadrelli ranci e rossi” sulla loggia tuttora esistente a Piazza Carmine - già detta del Mercato - di fronte all'antica Chiesa di S.Onofrio e luogo delle fiere e delle più antiche operazioni di commercio e scambio, dove lo stesso Mastrogiurato si recava in corteo coi nobili e il clero preceduto da squilli di tromba e rulli di tamburo.

Tra i più famosi Mastrogiurati delle varie epoche si ricorda un Giacomo Pazienza del 1500, un Giacomo Pazienza del 1600 e l'ultimo Giacomo Pazienza 1700, al quale è stata intitolata una strada cittadina. Un certo Francesco Antonio Petrulli (casato ormai scomparso nella nostra città) era invece Mastrogiurato in carica nel 1799, l'anno della famosa rivolta di San Severo, che vide l'uccisione molti nostri concittadini all'ombra dell'albero della libertà, tra cui Antonio e Giovanni Santelli, Crescenzo, Carlo e Ambrogio De Ambrosio, Vincenzo e Raimondo Galiani, Vincenzo Faralla, Gaspare Cordera, Filippo e Francesco Maddalena.

Altrettanto sentite erano le feste dedicate alla Vergine del Carmine(il 16 luglio), a San Rocco (il 16 agosto), alla Vergine del Rosario (nel mese di ottobre). Quella dedicata alla Vergine del Carmine era organizzata dai maestri muratori che, riuniti in congregazione presso la stessa chiesa, festeggiavano la protettrice con una processione a cui partecipavano tutti i confratelli vestiti con camice bianco, tenuto alla vita da un cordone celeste e fiocco terminale, con corta mantella celeste sovrapposta.

Quella dedicata a San Rocco, compatrono della nostra città, si svolgeva nella chiesetta sorta sin dal secolo XV fuori le mura, verso Porta Lucera, grancia della parrocchia di S. Maria ora Cattedrale ed affidata in antico ad un eremita. In questa ricorrenza la Municipalità offriva al Santo un cero da 20 libbre. La diffu-sione del culto di S. Rocco (nativo di Montpellier in Francia) si era verificata soprattutto in seguito alle pestilenze che avevano colpito San Severo nel XVI e nel XVII secolo, dal momento che la mentalità popolare riteneva il Santo, colpito personalmente dalla peste, come il più idoneo alla salvaguardia della salute pub-blica contro il pericolo del flagello, cosa che in tempi più lontani, in pieno Medioevo, era stata riconosciuta ad un altro Santo protettore, San Sebastiano, al quale era dedicata originariamente l'attuale chiesa del Rosario o della Libera.

La festa dedicata alla Vergine del Rosario, tuttora venerata nella Chiesa omo-nima o della Libera (cui era annesso il Convent dei Padri Domenicani, qui stabilitisi nella seconda metà del 1500), allora nella contrada detta “Belvedere”, annualmente si svolgeva con processione nella seconda domenica di ottobre. Soppressa nel 1867 per l'espulsione dei religiosi dai loro conventi, la festa fu ripristinata nel 1874 con banda musicale, fuochi pirotecnici e una “corsa eque-stre”, spettacolo non frequente fra la nostra gente. Un “pallio di seta” sventolava allora sul Palazzo Bucci (che sovrasta il ben noto arco di Bucci), premio agognato per il vincitore. I festeggiamenti quasi gareggiavano, per fasto e presenza di fedeli, con la più famosa festa patronale della Madonna del Soccorso.

La commemorazione dei defunti, il due novembre, a San Severo è particolar-mente cara ai ragazzi, che in questa occasione ricevevano “l'anima dei morti” (l'usanza permane); infatti la sera precedente essi ponevano ai piedi del letto o presso il camino una lunga calza, certi di ritrovarla l'indomani mattina ben piena di leccornie varie: peperato confezionato a forma di monaco, oppure carrube e castagne con qualche melagrana o mela cotogna; non era ancora il tempo dei dolciumi confezionati.

(Testi tratti da: Silvana Del Carretto “San Severo. Usanze – tradizioni – impronte del tempo passato” – Ed. Incontro alla Luce – Foggia – 1996)

 

Google Cerca nel sito