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S. Antonio Abate e il carnevale

Nel giorno di S. Antonio Abate aveva inizio il Carnevale; il pasto tipico era ed è costituito da orecchiette al sugo e salsicce di maiale. Nella piazzetta antistante la chiesa del Santo si svolgeva, nel pomeriggio, il gioco della “cuccagna”, che tante risate e ilarità suscitava nella popolazione. Bisognava scalare un palo di legno alto oltre dieci metri, insaponato e ingrassato in anticipo, sul quale era stato issato un asse trasversale da cui pendevano salumi, formaggi ed ogni ben di Dio. All'assalto del palo andavano gruppi di giovanotti per puro divertimento oppure uomini maturi allettati dai beni messi in palio. I vari e spesso vani ten-tativi di arrampicamento per raggiungere la cima del palo erano accompagnati da risate, applausi, incitamenti e commenti della folla. In questa stessa occasione veniva allestito un grosso palco in legno, su cui si svolgeva una curiosa gara riservata alla più famose “forchette” o ai più mattacchioni, ben noti in loco. La gara consisteva nella capacità di mangiare il maggior numero di piatti pieni di al sugo; al vincitore veniva offerta una “provvista” di generi alimentari. Tra i personaggi caratteristici che abitualmente partecipavano a questa “abbuffata” si ricorda “Michelenicchio”, un piccolo commerciante di farina, dal viso largo e simpatico, che amava lo scherzo e il divertimento e che intorno agli anni '30 aveva costituito, pur non conoscendo affatto la musica, la così detta “bandarella”, composta da 5 elementi e da lui stesso diretta.
Al gran chiasso procurato dagli uomini si aggiungeva quello causato dagli animali, a cui veniva impartita la benedizione più volte nell'arco della giornata da parte del sacerdote che, nel ricevere un obolo da ciascun proprietario delle presenti nella piazzetta, distribuiva loro una immaginetta del Santo; essa veniva abitualmente affissa nella stalla o dietro l'uscio di casa a scopo protettivo. Era una cerimonia suggestiva, che vedeva sfilare davanti alla chiesa centinaia di asini e muli, cavalli, pecore e maiali, infiocchettati e inghirlandati, che costituivano non solo il necessario supporto di una economia fondamentalmente contadina, ma esprimevano lo “status symbol” dei loro possessori, i quali potevano essere inseriti in quel vasto quadro della borghesia comprendente sia il piccolo proprietario che il grosso latifondista.

Durante tutto il periodo di Carnevale in molte case si organizzavano balli e cenette e tutti cercavano di dare libero sfogo alla propria istintività con allegre mascherate. Giovani e ragazzi si vestivano di stracci, di abiti vecchi e rattoppati, se mai indossati al rovescio, con cappellacci, mantelle e mantelline, sciarpe e scarponi, lunghe gonne pieghettate, grembiuli colorati, gambali da pastore, bastoni e ombrelli vecchi. Erano oggetti di poco conto, recuperati in casa, senza spendere denaro per capi che a quel tempo erano impensabili e neppure in vendita, nel clima di miseria che regnava un po' dovunque. Quasi tutti usavano dipingersi il viso in nero col carbone o in bianco con la farina, e grosse chiazze rosse, ottenute con carta velina bagnata e strofinata, abbellivano le guance. Molti si trasforma-vano addirittura nella figura, fingendosi zoppi e appoggiandosi ad un bastone, o fingendosi gobbi e nascondendo un cuscino dietro la schiena. Brevi cortei, così miseramente mascherati, animavano le strade cittadine, spesso al suono-rumore di forchette e cucchiai, di mestoli d'alluminio vigorosamente battuti su pentole e coperchi oppure di campanacci sottratti alle pecore e alle mucche oppure di «zighede-bughede» un curioso strumento di origine sicuramente napoletana (“a caccavella”), il cui termine non trova riscontro nel vocabolario dialettale locale, essendo stato esso importato come tanti altri elementi presenti nella cultura della comunità sanseverese; era costituito da un barattolo di latta la cui apertura superiore era coperta da un panno; in un foro qui praticato veniva inserita una mazza che, azionata a mo' di stantuffo, produceva un curioso suono-rumore alquanto cupo e stridente.
Le allegre comitive, quasi in pellegrinaggio di casa in casa, chiedevano a parenti e amici cibo e vino con allegre stornellate, esibendosi in vere e proprie sceneggiate. L’offerta di doni era naturalmente finalizzata ad arricchire il convivio finale, così come avveniva nella notte dell'Epifania.
Nell'ultimo giorno di Carnevale i festeggiamenti si concludevano con una .tipica quanto macabra sfilata: un grosso pupazzo di paglia che indossava vecchi abiti, un cappello in testa ed una pipa in bocca, veniva issato e trasportato su di un carro lungo le strade principali. Rappresentava il funerale di Carnevale ed era seguito da maschere che improvvisavano pianti e lamenti funebri, tra le risate di due ali di folla.

Pare che non sia mai esistita a San Severo una maschera tipica, così come non si è conservata alcuna stornellata, la cui esistenza è invece attestata da testimonianze orali.
In questo particolare periodo dell'anno, ad evitare che il popolo si dedicasse ai bagordi sfrenati tipici del Carnevale, il Vescovo di San Severo G. De Tommasi (1832-1843) ordinava, nel secolo scorso, che “in tutte le chiese si celebrasse annualmente la orazione delle Quarantore”. Era l'anno 1838. La novità fu ben accolta dalla popolazione che, recandosi numerosa nelle varie destinate settimanalmente, a rotazione, alla esposizione del SS. Sacramento per la pubblica adorazione, incrementò la frequentazione delle sacre funzioni. Gli addobbi degli altari, effettuati dalle rispettive Confraternite o dai fedeli di più alto censo, i grossi ceri, le musiche e i canti, talvolta persino i caratteristici “botti”, invitavano la popolazione a perseverare in questa pia cerimonia, per la cui buona riuscita si faceva spesso a gara non solo con le altre chiese della città, ma anche con quelle dei vicini paesi della Diocesi.

(Testi tratti da: Silvana Del Carretto “San Severo. Usanze – tradizioni – impronte del tempo passato” – Ed. Incontro alla Luce – Foggia – 1996)

 

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