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La confezione del pane

La panificazione casalinga era regolata dal rispetto di norme e di tempi scanditi da una tradizione secolare. Dopo aver preparato la farina col setaccio, separandola dalla crusca, la massaia impastava, di buon mattino, la farina con acqua, sale e lievito, che si era peritata di procurarsi il giorno precedente da colei che, avendo già panificato, ne aveva conservato una piccola parte in un contenitore di terracotta. L’impasto veniva preparato nella “fazzatora”, addirittura assegnata in dote alla sposa nel contratto nuziale (come rileva il Prof. Pasquale Corsi) e lavorato con forza e per lungo tempo, tenendole mani chiuse a pugno, prima che venisse coperto di panni e coperte perché potesse ben lievitare al caldo. Dopo alcune ore, la pasta veniva suddivisa in pagnotte e posta in tante ceste già preparate coi tovaglioli; su ogni pagnotta veniva fatto dalla massaia un segno particolare per farle riconoscere dopo la cottura al forno, un apposito locale gestito da privati, a cui ciascuno corrispondeva una quota fissa per ogni pagnotta. Il fornaio passava di casa in casa, fra quelle prenotate giornalmente, per ritirare le ceste; esse venivano caricate su di una lunga tavola piatta, che il fornaio recava su di una spalla, facendo perno sul braccio e sulla mano appoggiata al fianco. Il pane veniva infornato alla presenza delle donne e soprattutto dei bambini, i quali si recavano al forno per ritirare le ceste che il garzone non era tenuto a riconsegnare durante la distribuzione delle pagnotte cotte.

(Testi tratti da: Silvana Del Carretto “San Severo. Usanze – tradizioni – impronte del tempo passato” – Ed. Incontro alla Luce – Foggia – 1996)

 

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