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S. Antonio Abate e il carnevale

Era un lungo periodo di digiuni e penitenze. Introdotta nel IV secolo d.C. col sorgere delle prime Diocesi, la Quaresima veniva inaugurata qui come altrove da un ciclo di prediche quotidiane settimanali tenute da provetti predicatori, al fine di “purificare le anime” ed allontanare gli uomini dal peccato e dalle tentazioni. L'uditorio anticamente era sempre assai nutrito, soprattutto quando gli incaricati dal Vescovo venivano scel-ti fra quelli capaci di galvanizzare i fedeli con la loro oratoria, così come sapeva ben fare S. Bernardino da Siena.
Sia i riti sacri che quelli profani costituivano comunque un importante mo-mento di aggregazione sociale e di scambio di esperienze, soprattutto se si tiene conto delle scarse possibilità che avevano le donne di lasciare le pareti domesti-che, in tempi in cui non era di moda nè la passeggiata quotidiana nè la discoteca o la frequentazione di cinema e teatro.

Nel primo giorno della Quaresima in alcune strade cittadine, non troppo larghe, veniva sospesa ad una fune, fissata fra due finestre o due balconi, una tipica pupattola di paglia e stracci, solitamente issata su di una sedia. Ai piedi era infilzata una zucca o una patata in cui erano inserite sette penne di gallina o di altro volatile (a rappresentare le sette settimane della Quaresima); allo scadere di ogni settimana se ne toglieva una, cosicché la pupattola, localmente denominata Quarantana”, rappresentava un modo del tutto singolare per scandire i tempi quaresimali.

Il significato e la funzione di questo dato comportamentale rivela come in passato gli abitanti di una strada o di un rione si sentivano “gruppo” nel vero senso della parola, e davano perciò vita ad iniziative comunitarie pregnanti di spirito umanitario e sociale, proiettandosi con semplicità e disinvoltura anche al di fuori delle pareti domestiche, e investendo così una parte dell'area comune che ne fungeva da complemento indispensabile a quei pochi metri quadrati dell'abitazio-ne vera e propria. Per alcuni atti sociali lo spazio del privato e del sociale si confondevano del tutto, tanto da dar vita a pseudo-comunità all'interno della stessa cittadina, come ad esempio quella del quartiere delle Grazie o del Purga-torio o del Sentierone o degli Ebrei, i cui toponimi permangono a tutt'oggi.

L’austero clima della Quaresima era però reso più sopportabile con una duplice interruzione caratterizzata da balli e baldorie; nella prima domenica si usava infatti “rompere la pignatta” (la Pentolaccia), un tipico contenitore in terracotta, con due anse laterali, adatto a cuocere i legumi presso la fiamma del camino. Il recipiente colmo di leccornie varie, oltre che di sacchettini pieni di cenere o carbone veniva sospeso al soffitto mediante una corda; doveva poi essere colpito da una persona bendata, che cedeva il posto ad altre, fino a quando uno dei concorrenti non riusciva a colpire nel segno e ad impadronirsi dei premi. I festeggiamenti si concludevano con balli e banchetti.

Nella terza domenica “si segava la vecchia”, un fantoccio di stracci e paglia simboleggiava la Quaresima. Esso veniva posto su di un palco o tavolo e letteralmente squartato e diviso in due (a significare che si era a metà del periodo dalle allegre comitive, le quali concludevano spensieratamente la gozzoviglie della tavola comunitaria.

Nella domenica delle Palme interi fasci di rami di alloro e di olivo venivano portati in chiesa soprattutto dai ragazzi perché venissero benedetti dal sacerdote e poi distribuiti in segno di pace e letizia a parenti e amici.

In questa ricorrenza i giovani fidanzati usavano regalare alla promessa sposa una palma di confetti, sapientemente confezionata con filo di ferro, carta colorata e confetti; ad essa si accompagnava talvolta, soprattutto fra il ceto abbiente, un monile d'oro.

(Testi tratti da: Silvana Del Carretto “San Severo. Usanze – tradizioni – impronte del tempo passato” – Ed. Incontro alla Luce – Foggia – 1996)

 

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